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Inespressione
post pubblicato in diario, il 6 giugno 2011

Eccomi qui.

Torno a scrivere, nello spazio bianco tra la tesina e il ripasso pre-maturità, uno spazio che è quasi un carattere tipografico. E' lo spazio tra una strofa e l'altra, quel bianco su cui Ungaretti incide le sue parole piene di dolore, come sembra suggerirmi il ripasso, o anche quel momento che intercorre tra un aria e la successiva, stando alla mia tesina. E forse è un po' tutte due: è un momento di attesa e carico di aspettative: attendo la prima nota così come quella prima parola; eppure è doloroso, perchè è tanto che non scrivo, e allora, chissà come verrà.

Da febbraio non ho più aperto il blog, non per mancanza di tempo, ma per mancanza di occasioni. Se lo scorrere dei minuti mi offre non raramente dei momenti in cui potrei scrivere, il problema maggiore è la mancanza dello stato d'animo, o dello stato d'animo associato alla calma della solitudine.  Non spesso riesco infatti a tirar giù qualcosa che sia vero, o che nell'esserlo io senta di avere il diritto di infastidire il mondo comunicandolo: la mia attitudine alla scrittura è l'attitudine tipica di chi è da solo sull'autobus, e magari trova posto a sedere. Meglio ancora se fuori sta calando la sera, ma questa non è una condizione necessaria. Ciò che è fondamentale è la solitudine, quella sì. Non sopporto che qualcuno arrivi da dietro e magari spii qualche frase, e se nell'autobus, dove le frasi restano per lo più pensieri, questo non avviene, quando poi butti giù un qualcosa, un abbozzo di te, ecco i mille occhi indagatori iniziare a scrutarti. E tu dirai che forse non è un male, in fondo è forse l'unico modo per conoscere una verità su di te, e se, certamente potrebbe essere così, in un mondo che ci ha abituati allo sguardo fisso di tutti e di nessuno, questo diventa, per me, un peso insostenibile. E' un mondo, questo, dell'autocontrollo o dell'esasperazione del sentimento, dove una lacrima o un urlo non sono più ammessi, al più si concede, e talvolta si pretende, un pianto disperato o una crisi isterica. E di qui nasce l'Inespressione di sè. Solo l'ipocrita, infatti, crede che le lacrime abbiamo il solo compito di aiutare a sfogare. Esse sono e rimangono in primis uno strumento per veicolare un messaggio, sono parole che non escono, o per dolore, o per una subdola scelta. Eppure in un mondo veloce e indifferente una sola umile lacrima ha perso la sua capacità comunicatrice, e, a chi sceglie di non lasciarsi andare nel terrore di confondersi con quanti esibiscono il proprio io, o un presunto io, non rimane che l'Inespressione di sè. E allora la scrittura si presenta quale terapia di quanti sono malati, è quel mezzo per lasciare andare una parte di sè e cercare di tendere una mano verso quella società e quella realtà da cui non si può prescindere.

Ma non fraintendetemi. Non vi è nulla di necessariamente triste o infelice in questa incomunicabilità. Anzi, se forse in qualche caso ne deriva una certa frustrazione, che si manifesta nella sua pienezza in particolari momenti, per la maggior parte del tempo un sorriso e una gaiezza strana sembra aleggiare su ciascuno. E' la gaiezza della forma che ciascuno di noi arriva ad accettare come fosse un fragile paravento di carta di riso con decorazioni giapponesi. 

 




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Margherita e le altre.
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2011

 

Margherita, o Violetta se preferite chiamarla con il suo nome verdiano, si rivolterebbe nella tomba. Ma come? Una storia straziante ed emozionante come la sua, improvvisamente dimenticata? Eppure così pare stiano le cose.
Quanti sostengono che questo “clima da bordello” sia un effetto collaterale  del sessantotto sembrano, infatti, aver completamente dimenticato la storia di Margherita Gautier e di tutte le altre. Che all’amore, in quel caso, si facesse nella casa della donna e non in quella del padrone poco importa: non è poi così rilevante ai fini del paragone. Quella di oggi è, dunque, una storia che si ripete sempre uguale a se stessa nella sostanza, seppur con qualche mutamento di luoghi, tempi e divertimenti (o violenze, la scelta sta in questo caso alla sensibilità del singolo).
Oggi, l’indignazione delle donne non è, dunque, quella delle benpensanti, delle moraliste; non è neanche quella che ci si aspetterebbe da un mondo cattolico sempre più inerte, bensì è quella di quante hanno visto in questo teatrino vergognoso il palesarsi dell’inutilità di anni di lotte femministe.
Questa non è, infatti, solo una storia di vendite, ma è soprattutto una storia di acquisti .E’ l’amore profano che si vende, ma soprattutto è la dignità di qualcuno che si compra. La dignità di quante sono state educate a vendersi, a svendersi.  Il femminismo è riuscito nell’intento di insegnare ad alcune donne il rispetto della propria persona, ma ha fallito, purtroppo, nell’insegnare al genere maschile il rispetto di quello femminile. Ma ora si stanno svelando le carte, i nodi stanno venendo al pettine. Molti uomini continuano a ledere  la dignità femminile, altri, comunque, non si impegnano con noi nel difenderla.  Per fortuna, è rimasto qualcuno che, scoperta una realtà più giusta con le lotte femministe, non si è prostituito a questa nuova sottocultura.
Appare così evidente una commistione di mercato e baratto in questi nostri giorni. L’uomo, Lui, il potente, compra a suon di denaro ciò che il mercato offre, ma al contempo baratta. Baratta la propria dignità, senza neanche rendersi conto del valore di ciò che sta dando via. Comprare l’amore di una donna una volta, per disperazione, può anche suscitare la compassione della gente, ma acquistare quello di molte, così frequentemente, porta al disgusto dei più (o dei meno in una società prostituitasi inconsciamente o consciamente).
Non è questo l’amore libero sessantottino: qui manca la nozione di amore.
Eppure, non posso trovarmi in accordo con quante descrivono le donne dell’Olgettina come vittime. Certamente, la loro culla è stata una società malata,eppure questa è comune a moltissime di noi. Non tutte però ci pieghiamo a questa situazione, non tutte accettiamo passivamente queste regole di gioco. Alcune, nel disprezzo,forse, di queste giovani, scelgono di lavorare per 1000 euro al mese.
Non mi resta che tornare, infine, a Margherita. La narrativa ha fatto di lei un’eroina romantica, nonostante tutto, una donna da un candore e una purezza naturale nonostante l’amore di molti. Margherita e Violetta hanno amato, non limitandosi al ruolo di amanti, e hanno lasciato che Dumas figlio e Verdi (grazie all’aiuto dell’ottimo Piave) cantassero i loro sentimenti. Quale è, invece, il racconto che fanno di loro stesse queste donne?
 
 
 
uno sguardo alla politica
post pubblicato in diario, il 12 dicembre 2010

 

Quando discuto di politica con persone adulte e di idee completamente distanti dalle mie mi viene risposto che sono “giovane e naif” ma di fatto nessuno mi propone affermazioni indiscutibilmente valide e convincenti.
Mi sono a lungo domandata se sentirmi offesa dal “giovane e naif”, ma ho infine deciso di intenderlo a modo mio come un “non ancora pronta al compromesso”. Non fraintendetemi però, questo non significa che io non sia ancora disposta ad allontanarmi da posizioni più radicali per il raggiungimento di un risultato importante, bensì indica la mia intransigenza su un valore fondamentale: l’onestà.  
Dunque, sono in questo senso fiera di essere “giovane e naif” e mi auguro di incontrare nella mia vita altre persone a cui sia possibile attribuire questi aggettivi, siano essi ragazzi, adulti o anziani.
Mi trovo costretta a constatare il fallimento di un sistema, quello democratico che sebbene proponga i “migliori valori possibili” deve fare i conti con la natura umana. Il problema non è però la democrazia quale teorizzata da Rousseau, bensì la democrazia rappresentativa che come applicata in Italia entra in conflitto con alcuni valori della stessa. L’essere un rappresentante in Italia, infatti, ti rende soggetto ad alcuni privilegi o possibilità che ti distinguono dal singolo cittadino. Se, infatti, l’immunità parlamentare, che vi è stata a lungo nel nostro Stato, serviva a evitare una temuta collisione di poteri istituzionali (e in particolare l’ingerenza di uno sull’altro) di fatto rendeva differenti i cittadini davanti alla legge. Tutto ciò è ammissibile, o lo sarebbe, se il “rappresentante”, deputato o senatore, fosse in grado di spersonalizzarsi nello svolgere il proprio compito, o quanto meno di essere onesto. Non si può infatti sperare che tutti siano capaci realmente di spersonalizzarsi ma è doveroso pretendere l’onestà da ogni individuo che si assume il compito di rappresentare i cittadini.
Ma questo non è l’unica falla nel nostro sistema. Come tutti sottolineano questa legge elettorale è una vera truffa ai danni dei cittadini i quali sono con essa, sì, chiamati al voto, ma perdono qualsiasi possibilità di scegliere il proprio rappresentante. Questo compito è delegato alle segreterie di partito, o semplicemente al capo del partito, dipende dai casi.  In tal caso il rappresentante dovrebbe a maggior ragione “spersonalizzarsi” confacendosi alle direttive dei propri superiori. Se infatti io elettore scegliessi il mio rappresentate confiderei nelle sue capacità, nelle sue scelte e nella sua onestà intellettuale. Ma poiché così non è, io elettore scelgo il partito, e con esso i suoi maggiori esponenti a livello nazionale. In tal senso, il singolo deputato non può liberamente scegliere di lasciare un partito, se vuole farlo si deve pretendere che abbandoni anche la sua poltrona. Dunque, l’improvvisamente celebre Scilipoti non può lasciarci con il fiato sospeso sino all’ultimo momento sostenendo di essere preso da un travaglio interiore perché nessuno lo ha scelto, nessuno si è affidato alla Sua onestà intellettuale, bensì egli si trova in parlamento perché alcuni hanno scelto Di Pietro, De Magistris, Donadi e si sono affidati alla Loro onestà intellettuale.
Sia chiaro, non credo che sia giusto ridurre deputati e senatori a fantocci, bensì è necessario, avendo noi questa legge elettorale.  
Intendo anche sottolineare quanto differente sia la situazione del Pdl. In quel caso, infatti, è un cofondatore che sceglie di staccarsi, uno che ha rappresentato a livello nazionale qual partito, uno che è stato scelto. Non è quindi un traditore, ma un proponitore.

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perdita dei valori
post pubblicato in diario, il 22 novembre 2010
Eccomi che torno a scrivere. Il mio blog è restato per qualche tempo silenzioso perchè i ritmi frenetici di una scuola suddivisa in trimestri e pentamestri, non mi hanno permesso di scrivere. O meglio, non mi hanno permesso di buttar giù qualcosa che fosse più di un pensiero momentaneo. 
Una settimana fa apprendo dai giornali la notizia della diffusione del colera ad Haiti, da quel giorno è come se, nei momenti più disparati della giornata, improvvisamente questa notizia tornasse a galla nel mio oceano di pensieri casualmente ordinati, lasciandomi sconvolta prima, toccata poi, amareggiata infine. 
Amareggiata perchè non capisco come sia potuto succedere. Sebbene le cause fisiche mi siano evidenti, non comprendo perchè non si sia riusciti a mettere un freno all'epidemia, a rallentarne il corso in modo da riuscire a gestirla. L'ennesima dimostrazione di un mondo che va a rotoli. 
Interpellata poi, solo qualche giorno dopo, dal mio insegnate di inglese sui diversi sistemi economici non ho potuto non ammettere, con immenso compiacimento di lui, il fallimento del comunismo e del socialismo. Ma ora mi domando: il capitalismo, ormai accettato da tutti come inevitabile, non sta esaurendo anche lui il suo corso? Questa enorme crisi non è la prima (si pensi a quella del '29) e non sarà l'ultima, eppure in questo momento non vediamo messo in discussione solo il nostro sistema economico. E' un intero sistema di valori, quello dell'occidente, che sta andando disfacendosi. Da agnostica, mi domando se questa logica del profitto e quest'allontanamento dai valori religiosi non sia un male. Se il terremoto di Haiti non poteva essere previsto, mi chiedo se non poteva essere fatto qualcosa di più contro il colera. E se anche si fosse fatto tutto il possibile, allora vorrei sapere perchè dinanzi a tanti morti, ignorati dai più, qui si continua a discutere di idiozie. 
Kant mi insegna che a legge morale è dentro di noi e che il nostro compito sta nel constatarla, ma poichè ci dimostriamo così incredibilmente inetti nello svolgere questo ruolo, allora, forse, sarebbe meglio continuare ad affidarci ai valori e alla morale, seppure eteronoma, della religione.

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vero
post pubblicato in diario, il 9 novembre 2010

Leopardi mi insegna che è poesia ciò che è vago, indefinito: il canto dei contadini avvolti nella nebbia, non di quelli che riesci a distinguere. il vero, il reale, esula dunque dall'ambito poetico.

Eppure, cosa vi è di più inconoscibile della realtà stessa? Di questo mondo e di questo universo che sebbene li si studino nei minimi particolari, ci lasciano sempre quei dubbi di cui non possiamo in alcun modo liberarci? La scienza indagatrice nonp otrà in alcun modo rispondere a quelle domande che da sempre assillano il genere umano e che fanno del mondo e della società in cui viviamo un vero sconosciuto, indefinito, vago.




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Maddalena
post pubblicato in diario, il 31 ottobre 2010

 

Il rumore della madre che, in cucina, lavava i piatti della sera precedente svegliò Maddalena. La ragazza aprì lentamente e faticosamente gli occhi: avrebbe preferito dormire più a lungo, ma forse era meglio alzarsi e cominciare a studiare in modo da avere il pomeriggio libero e divertirsi. Sì, questi erano i soliti propositi della domenica mattina, eppure lei stessa era consapevole che la pigrizia l’avrebbe costretta a disattenderli. Stropicciandosi gli occhi ripassò a mente le cose da fare: qualche esercizio di matematica, forse qualcosa su Manzoni, magari leggere qualche pagina del libro per la patente e poi, nel primo pomeriggio, riunione del collettivo al bar di Termini.
Si alzò e andò a tirare su la serranda: era una giornata nuvolosa e minacciava pioggia, “another raining sunday afternoon”disse, citando una delle sue canzoni preferite. Dopo essersi lavata e infilata un paio di jeans e uno di quei golf coloratissimi con le maniche troppo consumate (come non mancava mai di ricordargli sua madre), aprì il libro di matematica. Non è che non le piacesse studiare, anzi. Proprio quell’anno aveva scoperto di essersi appassionata alla letteratura, tanto quella italiana quanto quella latina, perché le aveva aperto la mente a nuove riflessioni e per la prima volta stava riuscendo a fare proprio e a comprendere ciò che trovava scritto sui libri. Solo la matematica l’aveva delusa. Pensava potesse darle di più, forse chiedeva ad essa ciò che non avrebbe dovuto, fatto sta che, forse esagerando (ma i giovani lo fanno sempre) la trovava, ora, sterile. Incapace di esprimere il suo io.
Dopo un paio di studi di funzione (a cui forse si doveva la sua improvvisa disaffezione alla materia), andò in cucina per preparare quella tazza di tea senza la quale non riusciva più a studiare. Salutò la madre con un sorriso.
“Come va? Sei riuscita a dormire?”.  Era qualche tempo che la donna si svegliava sempre prestissimo, incapace poi di richiudere gli occhi e farsi rapire un’altra volta dal mondo dei sogni. Quella volta, però, le cose erano andate meglio: forse perché il giorno prima aveva fatto più tardi del solito, o forse perché era più rilassata, comunque era riuscita a prolungare il riposo sino alle 7 della mattina. E poi non si era attardata troppo prima di cominciare a lavare i piatti.
Maddalena tornò in camera con la sua tazza di tea bollente tra le mani e finì di studiare: quella fredda giornata autunnale le aveva permesso di vincere la sua pigrizia.
Cominciò a piovere. Il mondo pianse i peccati dei suoi esseri eletti. Le gocce scivolavano veloci sui vetri della finestra della camera della ragazza, disegnando figure fantastiche, oggetti riconoscibili solo agli occhi di Maddalena, profili umani. C’era quello di un uomo con il naso aquilino e il mento esageratamente proteso in avanti, e spostata poco più sulla sinistra, nell’angolo della finestra, quello di una donna con i capelli lunghi, sciolti sulle spalle e un naso troppo lungo fissava il mondo. Vedeva uomini passare sull’altro lato della strada rispetto a dove la finestra affacciava. Il passo veloce, lo sguardo rivolto verso il basso. Una donna mendicava all’angolo tra via Alessandria e Corso Trieste, aveva indosso un lungo abito di lana spessa e qualche volta eleggeva a compagno di conversazioni qualche passante infastidito e gli si rivolgeva. “ Sa, il cornicione di quel palazzo è triste, nessuno lo guarda mai” sospirava prima di essere allontanata in malo modo. Poco lontano da lei due ragazze, provenienti da direzioni opposte incrociarono i loro ombrelli. La più audace delle due non esitò a sbattere il proprio sulla fronte dell’altra, aggiungendo, tra l’altro: “Stavo passando, eh!”.
Maddalena fissò da prima la figura sulla finestra, poi spostò gli occhi verso ciò che accadeva nel mondo. Intanto, il viso della donna sul vetro lentamente scompariva, allungando il proprio profilo secondo il cammino delle gocce di pioggia, rendendosi sempre più indefinito, indistinto, sempre meno interessante.
La mattinata passò velocemente e si concluse con un sontuoso pranzo a base di pesce cucinato dal padre. Come al solito aveva voluto strafare: pasta con le vongole, un rombo al forno e anche degli spiedini di pesce, che ad essere onesti, Maddalena non aveva mai amato troppo. Lei apprezzava specialmente il cibo di montagna, la polenta con il sugo e le salsicce, oppure un buon ragù di cinghiale.
Dopo pranzo si riposò un’oretta, prima di andare alla riunione a Termini. Da qualche tempo ogni istante libero lo passava a dormire, e anche quando cercava di sottrarsi alla prepotenza del sonno, non poteva resistergli più di mezz’ora. Eppure, prima, non aveva mai dormito il pomeriggio. Soltanto negli ultimi anni aveva sentito questa odiosa necessità, che sottraeva tempo prezioso alla sua più grande passione: la scrittura.
Il sonno e la scuola, alternati raramente alle riunioni del collettivo, erano diventati tanto la sua attività principale, quanto ciò da cui più di tutto voleva fuggire. Il suo desiderio di sapere non si realizzava all’interno dell’edificio scolastico e anzi, qualche volta, era proprio lì che si estingueva, vinto dalla noia o dalla delusione. Sì, la scuola l’aveva delusa ma al contempo era stata il luogo deve lei aveva assunto gli strumenti per rendersi consapevole di ciò. Se nel proprio liceo aveva cercato un rifugio alla società, aveva poi trovato in esso una riconferma dell’individualismo della società stessa. Dove erano i rapporti umani? Dove quella relazione inscindibile tra studenti e insegnanti? Dove il modello educativo di Montaigne?
Nell’uscire di casa Maddalena infilò nella borsa il libro che da qualche tempo teneva sul comodino, senza però trovare le energie per terminarlo. Corse veloce verso la fermata dell’autobus: mancavano dieci minuti all’appuntamento e lei detestava arrivare in ritardo. Diverse persone attendevano l’autobus con aria impaziente: Maddalena se ne rallegrò, pensando che dovesse arrivare di lì a poco.
Passarono un paio di minuti. La pioggia che continuava a scendere impetuosa dal cielo aveva inzuppato completamente le scarpe della ragazza, che, ben tirato il cappuccio sulla testa, rimpiangeva di non aver portato un ombrello.
“Scusi, che ore sono?” domandò ad un signore vestito di tutto punto e riparato sotto ad un elegante ombrello nero. Nessun accenno ad una risposta. La ragazza ritentò: “ Scusi signore, mi saprebbe dire che ore sono?” Il tono della voce era questa volta più alto, impossibile non sentirla, eppure ancora nessun segno di risposta. Maddalena si girò perplessa e guardò se stesse arrivando qualche autobus. Fortunatamente al semaforo prima della fermata vide un 36: sarebbe arrivata in ritardo, ma non eccessivamente.
Quando finalmente l’autobus si accostò al marciapiede vicino ad uno dei controviali di Via Nomentana la ragazza salì, seguita da un giovane assieme ad un cagnolino, rigorosamente munito di guinzaglio e museruola. Maddalena si sedette accanto ad una bella signora, avrà avuto 50 anni, i capelli castani sciolti sulle spalle. Sul naso regolare portava un paio di occhiali quadrati, con la montatura leggera, e il profilo delle labbra era accentuato da un leggero filo di rossetto. Indossava un tailleur elegante, nero, la gonna stretta definiva il profilo gentile della sua figura. La donna rivolse uno sguardo severo ma veloce al piccolo cagnolino dal pelo bianco, poi lo spostò sul ragazzo. “ Da quando in qua i cani prendono gli autobus?” domandò con un tono polemico. “ Con la museruola è permesso” rispose il giovane tranquillamente. Maddalena fissò la signora: “ Sì, è vero, e poi, perché non dovrebbero?”. Era fatta così. Amava mettersi in mezzo e dire a sua, anche a costo di cominciare un’inutile discussione. Anzi qualche volta le piaceva che nascesse una discussione: era un modo per poter dire la propria, per tentare di convincere qualcuno di opinione diversa.
Ma questa volta la signora non disse nulla, non si voltò neanche a guardarla. Maddalena continuò: “ Veramente, alcune persone hanno pretese assurde, conoscessero la legge almeno” finse di mormorare tra sé e sé nel tentativo di essere ascoltata. Ma ancora niente, neanche un minimo mutamento nel volto della donna.
Maddalena decise dunque di rinunciare ad istaurare una conversazione e ripiegò sulla lettura come escamotage per passare il tempo. Frugò nella borsa e prese il piccolo volume dalla copertina color beige. Lo aprì a pagina 35: “Forse più che l’amore della virtù, il timore della bassezza m’ha rattenuto alle volte da quelle colpe, che sono rispettate ne’ potenti, tollerate ne’ più, ma che per non lasciar senza vittime il simulacro della giustizia sono punite ne’ miseri”. Pensò se lei fosse capace di star lontano da queste colpe di cui parlava Ortis scrivendo al caro Lorenzo. Perché no? In realtà non amava andare contro la legge, ne quella delle tavole ne quella morale. Ovviamente le capitava di fare un torto, nessuno è immune da ogni colpa o vizio, ma certamente non la si poteva giudicare troppo severamente. Ma più che riflettere su quanto lei stessa fosse distante da queste colpe pensò a ciò che la tratteneva dal commetterle. Quanto si è poco attivi nell’attenersi ad una legge nel timore della punizione e quanto invece sarebbe necessario che ognuno riconoscesse come proprie le regole imposte. Maddalena, però, forse come Ortis, temeva la bassezza più che amare la virtù, si imponeva una distanza categorica da alcuni modelli negativi, non tentando di uguagliare quelli positivi. Lasciò correre più velocemente, invece, la seconda parte dell’affermazione, giudicandola una situazione tristemente nota all’Italia.
Di tanto in tanto qualche rumore la face sobbalzare distoglendola dalla lettura. Il suono di un violino, prima, e le chiacchiere di due ragazzi poi. Parlavano di una ragazza, Maddalena tentò di capire meglio cosa fosse successo, ma senza risultati soddisfacenti . Accanto a loro un giovane di colore guardava fuori dal finestrino. Accanto ai piedi aveva un grande saccone di plastica bianca da cui sbucavano lembi di sciarpe colorate. Il volto stanco e gli occhi spenti lo invecchiavano eccessivamente, forse era rassegnato, o forse ancora non sapeva di esserlo. Disturbato, probabilmente, dallo sguardo fisso di Maddalena si voltò a guardarla e le sorrise. La ragazza ricambiò, contenta che finalmente qualcuno si accorgesse della usa presenza.
 
 
Quando finalmente l’autobus entrò nel grande capolinea di piazza dei cinquecento e aprì le porte, Maddalena si catapultò fuori e cominciò a correre per raggiungere il luogo dell’appuntamento.
Era un bar elegante, per quanto un bar possa esserlo, e distante dalla zona di negozi della stazione: aveva una doppia entrata, una su via Giolitti l’altra dentro la stazione accanto al binario 24. Lo avevano scelto come punto di ritrovo per le riunioni perché era sufficientemente grande da avere sempre la certezza di trovarvi un tavolino libero. Entrò di corsa e cercò i suoi amici, uno di loro la vide e le fece un cenno.
“Freddo eh?” disse Maddalena avvicinandosi al tavolo. “ Già, guarda se vuoi ti abbiamo tenuto questo posto però ti conviene andare a ordinare quello che vuoi perché noi abbiamo già chiesto”. Maddalena lasciò la felpa completamente inzuppata sulla spalliera della sedia, frugò nelle tasche dove trovo 3 euro e si avvicinò al bancone.
Barman lavorava freneticamente, cercando di servire velocemente ogni ordinazione. Il suo sguardo scorreva sui volti delle persone ed egli rispondeva con un cenno ad ognuna. Maddalena i fece avanti: “ una cioccolata calda per favore”. Il ragazzo, troppo preso dal servire gli altri non la sentì. Maddalena domandò ancora. Di nuovo niente. Non riusciva a capire: era come se fossero diventati tutti improvvisamente sordi. Capaci di sentire il resto del mondo ma completamente indifferenti alle sue richieste. Si domandò se forse non fosse lei diventata improvvisamente muta o improvvisamente incapace di parlare la lingua comune.
Si sentì improvvisamente isolata, e tentò di aggrapparsi a ciò che ancora le rimaneva. Si andò a sedere. “non hai preso niente?” le domandò il ragazzo subito sulla sua destra. “ No, ho cambiato idea, magari dopo”.
“Dobbiamo pensare i possibili argomenti per la prossima assemblea” incominciò la ragazza bionda e piccolina seduta a capotavola: era Francesca, alle spalle 2 anni di rappresentanza d’Istituto.
“Beh potremmo parlare delle occupazioni alle università e magari poi fare un cineforum” propose Giovanni, ragazzo mai troppo audace.
Maddalena lo fissò un momento poi gli fece notare che ogni anno le assemblee di ottobre o novembre vertevano su questo tema: per una volta avrebbero potuto provare ad essere originali. Lo sguardo del ragazzo si fece più cupo: detestava essere contraddetto e forse proprio per questo non azzardava mai niente. “Beh Gio, io credo che lei abbia ragione.” Solo quando sentì questa voce Maddalena si accorse della presenza di una ragazza che non aveva mai visto prima alle riunioni. Sapeva il suo nome, Licia, perché difficilmente dopo 5 anni di liceo non conosci i nomi di coloro che stanno a tuo stesso anno, eppure non avrebbe mai pensato si sarebbe interessata al collettivo. Aveva i capelli castani tagliati corti, gli occhi di un blu vivo, quasi due fari in quell’ambiente poco illuminato.
“Mi ricordo quando stavo in primo, alcune volte facevamo delle assemblee a corsi. Perché non riutilizziamo un idea simile, sulla falsa riga di un autogestione? Sarebbe un modo per dedicarsi ognuno a ciò che veramente gli interessa.” Quando Licia concluse di parlare il suo sguardo si incrociò con quello di Maddalena. Si sorrisero e ognuna delle due ragazze potè scorgere negli occhi dell’altra un segno di approvazione.
La riunione continuò e la conversazione mutò negli argomenti più disparati. Quando alle 6 lasciarono il bar fuori era buio. Alcuni ragazza scesero le scale mobili per prendere la metro. Maddalena, Licia e Giulio si diressero nuovamente verso piazzale dei cinquecento. Si salutarono. Nel salire sul 36 Maddalena si voltò un ultima volta e guardò i due amici che sul 30 si allontanavano.
 
E se quel muratore si era arrestato, improvvisamente ricominciò il lavoro di calce e mattoni.

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permalink | inviato da Alice Battiston il 31/10/2010 alle 16:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Quella condanna a morte dei consultori
post pubblicato in diario, il 13 ottobre 2010

E' stata spesso sottolineata la necessità di una riforma dei consultori, o quanto meno dell'effettiva applicazione della 194 attraverso anche adeguati finanziamenti a questi centri che dovrebbero essere un luogo delle donne per le donne, dove trovare comprensione, solidarietà e attenzione.

Eppure diametralmente opposta è la finalità della riforma dei consultori laziali messa a punto da Olimpia Tarzia. Essa è, infatti, volta ad una cattolicizzazione di questi centri il cui scopo individuato dalla vice-presidente del Movimento per la vita del Lazio, sarebbe quello di "vigilare sulla famiglia" piuttosto che aiutare e tutelare la donna. Il testo della proposta presenta dunque un errore di fondo: la donna è identificata con il concetto di famiglia ed è, dunque, privata di ogni specificità altra oltre a quella di madre e moglie. E' quindi, in questa concezione, relegata in una realtà domestica, in quella casa di bambola ibseniana dove essa dovrebbe realizzarsi e soddisfare completamente le proprie aspirazioni. Ma se nella società borghese ottocentesca questa situazione era una realtà a cui la donna doveva necessariamente uniformarsi, le lotte del secolo scorso hanno portato a quell'emancipazione del genere femminile che ha reso quest'ultimo consapevole tanto del suo ruolo familiare quanto di quello sociale e individuale.

Ciò che stanno tentando di imporci è dunque una regressione. A livello concettuale l'identificazione della donna con la famiglia a cui essa appartiene determina un annullamento del suo io specifico ed al contempo un allontanamento dalla donna che sceglie di non appartenere o di non formare un nucleo familiare. Inoltre la presenza di movimenti antiabortisti e di stampo cattolico all'interno dei consultori rende questi ultimi un luogo dove, anzichè trovare solidarietà e aiuto, si è sottoposti a giudizi e condanne.

Ma poichè i Movimenti per la vita si collocano in una precisa area politica, perchè non si impegnano nel pretendere maggiori tutele per le madri sole? perchè non chiedono asili nido e sostegno economico?

Se ci si ostina a condannare la donna che sceglie di abortire, giudicandola al pari di un assassina, pretendo che si consideri suo complice quello Stato che la costringe alla scelta più dolorosa.

Andrea
post pubblicato in diario, il 5 ottobre 2010

 

“People who don’t want writers to write about violence want to stop them writing about us and our time.” E. Bond
 
Gli scompartimenti avevano tutti le tende tirate e il corridoio era flebilmente illuminato da una gelida lampada al neon. Non si sentiva nessun rumore che potesse indicare una presenza umana, l’unico sottofondo, monotono e assordante, era quello provocato dal pesante trascinarsi del treno sulle rotaie.
La campagna toscana scorreva veloce fuori dai finestrini , le colline si susseguivano tutte uguali, con la stessa vegetazione, con paesi irriconoscibili l’uno dall’altro.
Il nostro viaggiatore stava sonnecchiando nel terzo scompartimento di un vagone della seconda classe, il cappello era calato sugli occhi e dunque per chiunque lo osservasse era impossibile stabilire se egli stesse realmente dormendo, o se fingesse. Ma nessuno di coloro con cui divideva lo scompartimento poté porsi questo interrogativo poiché tutti dormivano, e con gli occhi bene in vista.
Dunque, dicevamo, il nostro viaggiatore sonnecchiava, ma non riusciva a riposare realmente, nonostante fosse stremato da quel lunghissimo viaggio.
Era partito 2 giorni prima da York, la città dove lavorava, per poter stare vicino alla madre, la cui malattia ormai andava aggravandosi. All’università gli avevano concesso un periodo di permesso di un mese, durante il quale le sue lezioni sarebbero state tenute da un giovane ricercatore, anche lui italiano, del quale era stato proprio il nostro viaggiatore a favorire la carriera.  Il giovane ricercatore si era da subito dimostrato molto ambizioso, e qualche volta era quasi sembrato volesse soffiare il posto al suo superiore.
E se questo un po’ infastidiva il nostro uomo, dall’altro lato egli sapeva che comunque era un bene, perché significava che nonostante tutto giovani disposti a lottare per il proprio futuro, c’erano ancora. In Italia.
Il treno scorreva veloce, ormai si era lasciato alle spalle anche la stazione di Santa Maria Novella, dove non era salito nessun passeggero, e puntava diritto verso Arezzo. Il paesaggio fuori non era cambiato, se non per l’albeggiare in lontananza, per quei primi raggi di sole che squarciavano le tenebre.
Il viaggiatore aprì gli occhi, appena disturbato da quella nuova luce, e guardò fuori dal vetro. Non ricordava il cielo azzurro d’Italia, la campagna serena, il calore di quei primi giorni di primavera. No, i suoi ricordi si limitavano ad una grigia città, a un incombente cielo nero, di nuvole cariche di pioggia.
La sua ultima visita risaliva a quasi cinque anni prima, quando il governo di Greni si era appena insediato. Per tornare all’università, quella volta, aveva potuto prendere l’aereo, forse uno degli ultimi aerei civili partiti da un aeroporto italiano. Pochi giorni dopo, infatti, il governo aveva proclamato lo stato d’emergenza a causa della minaccia del terrorismo e aveva approvato una serie di leggi speciali, assurde e ingiustificate, una delle quali proibiva il decollo e l’atterraggio di aerei civili sul suolo italiano.
Una rivolta popolare vi era stata, ma non era bastato. I cittadini avevano portato avanti una protesta fatta di cortei e presidi per oltre 3 mesi, radunandosi ogni sabato e rivolgendosi anche alla stampa estera, ma il silenzio delle autorità invece di esasperarli e inasprire la lotta, aveva condotto la popolazione alla rassegnazione, abituandoli al nuovo stile di vita. Abituandoli ad una nuova quotidianità.
Dalla tranquilla realtà inglese, Lui aveva guardato all’Italia come un ragazzo guarda all’amico che l’ha ferito. In un primo momento gli era montata dentro una pazza ira nei confronti di tutti quegli uomini che avevano accettato, che si erano piegati alla volontà di alcuni Folli. Ma quell’ira, tanto violentemente accesa dalla delusione, aveva poi lasciato il posto ad un’amara comprensione.
D’altra parte, pensava, a cosa serviva impegnarsi in una lotta che non avrebbe portato risultati? Forse era giusto così, forse era giusto accettare di vivere la propria vita in quel modo. Infatti nella piccola realtà di York, il nostro viaggiatore aveva imparato che per vivere non era necessario prendere un aereo, che la vera vita è fatta di quegli istanti che dimentichi, perché nella vita non vi è nulla di memorabile, perché il lento scorrere dei sentimenti di ognuno di noi non può essere ricordato con precisione da nessuno.
Ma nonostante la comprensione, non aveva avuto la forza di rimettere piede sul suolo italiano, di constatare con i propri occhi la veridicità di ciò che aveva appreso un po’ dai giornali e un po’ dalle brevi e sempre meno frequenti telefonate della sorella.  Ora finalmente tornava, i suoi obblighi di figlio erano stati più forti della paura, e soltanto adesso stava riprendendosi da una sorta di anestesia mentale che si era imposto salendo sul treno.
Si rimise a sedere, richiuse gli occhi e tornò a riposare. Finalmente passarono anche Arezzo e Orte, le uniche due fermate previste prima dell’arrivo a Roma.
Qualche minuto dopo le 8  della mattina il treno entro nella stazione di Roma Termini e rallentò, fermandosi al binario 24. Il viaggiatore scese, aiutò una signora da uno spiccato accento torinese a portare la valigia ai taxi parcheggiati in via Marsala e cominciò a vagare per la città. Cercò disperatamente un Internet Point per controllare la sua mail, domandò in giro e apprese che quasi 6 mesi prima il governo aveva impedito l’accesso ad internet. Le persone erano ormai così assuefatte ai decreti governativi che Greni non aveva neanche più avuto il bisogno di motivare una legge di questo tipo. Così era, chi non accettava tutto ciò aveva ormai deciso per l’espatrio.
Con il cappello ben calato sulla testa e il suo lungo impermeabile grigio sulle spalle, Lui continuò a vagare per Roma, cercando di riportare alla memoria in pochi istanti tutti quei ricordi della città che in quegli anni all’estero aveva cercato di sopprimere. Quel caos romano che da ragazzo tanto lo aveva infastidito e che lo aveva spinto a partire era sparito, lasciando il posto ad un ordine fatto di sospetti o indifferenza. I finti Kebab magrebini di Termini (che ogni buon romano sapeva essere gestiti in massima parte da cinesi)  erano scomparsi, un’Italia segnata dalla paura del terrorismo non era più un Italia adatta agli immigrati. Alcuni sostenitori del governo subito dopo l’insediamento si erano accaniti contro i gestori di questi locali.
Eppure non tutti gli stranieri erano scomparsi. Un decreto aveva sentenziato il “necessario” rimpatrio di tutti coloro che professavano la religione islamica, poiché considerati possibili terroristi, ma, anzi era stata favorita l’immigrazione di donne provenienti dall’est, i cui servizi erano sempre più richiesti.
Cominciò a piovere, gocce quasi impalpabili, di quelle pioggerelline tipiche della fine di marzo. Il nostro uomo si infilò sotto la metro, acquistò un biglietto e iniziò a scendere le scale mobili: Linea B direzione Rebibbia. 
Il cartellone luminoso segnalava un treno in arrivo di lì a 3 minuti, e ricordava ai passeggeri comunitari (indicazione che il nostro viaggiatore interpretò come appartenenti al’Unione Europea) di accomodarsi nei primi vagoni della metro, mentre tutti (anche se sempre meno) gli altri erano invitati a collocarsi negli ultimi due vagoni.
Una volta sceso alla fermata di Piazza Bologna prese Viale XXI Aprile e suonò al civico 59.
“Chi è?” domandò una voce dall’altra parte del citofono.
“Sono Andrea, Teresa. Apri.”
Il portone, uno di quei modelli nuovi ad apertura automatica, si mosse lentamente, facendo a poco a poco filtrare un po’ di luce nell’androne del palazzo, altrimenti scuro. I raggi si posavano violentemente sul marmo del pavimento. La luce gelida del mattino contribuiva a rendere quell’edificio in stile anni 30 tremendamente impersonale anche per chi, come Lui, vi aveva abitato i primi 25 anni della propria vita. In quel momento gli riusciva impossibile ricordare di quando, avrà avuto 6 anni, scendeva insieme al padre, che, portando in spalla la sua prima bicicletta senza rotelle, tentava di insegnarli a stare in equilibrio su quello che gli sembrava un trabiccolo estremamente insicuro ed instabile.
Cominciò a salire le rampe del palazzo. Arrivato al 2° piano trovò la porta leggermente socchiusa e, spingendola lentamente, senza fare rumore, entrò nell’appartamento. Era tutto molto diverso, o meglio, era tutto sostanzialmente identico ma, il salone sembrava decisamente sovraccarico di oggetti che Lui non riconosceva.
Teresa si affacciò all’arco che conduceva in cucina. Mentre si fissavano Andrea poté riconoscere i tratti che facevano di quella donna sua sorella: i capelli mori lunghi, lasciati sciolti sulle spalle, il naso dritto e leggermente troppo fino e quegli occhi grandi, un tempo luminosi ed ora più spenti, un po’ per la poca illuminazione, un po’ per l’avanzare dell’età ed il ridursi delle aspettative. La donna sorrise, anche se, a causa della sigaretta che aveva tra le labbra, la bocca assunse un grugno strano, quasi comico. Poi prese a parlare.
“E’ di là. Le ho detto che saresti venuto, ma, sai, non credo abbia capito. Ho consultato diversi medici, dicono che in realtà sta bene, che il problema non è fisico, che è tutto nella sua testa.” Abbassò gli occhi, li socchiuse e sentì dentro tutto il peso di una situazione che sembrava far soffrire solo Lei. “ Dicono anche che forse è meglio non darle niente, che lei non sente dolori e vive in questa sua nuova realtà. Lei, in fondo, è felice.” Lo fissò negli occhi, e quello sguardo sostenuto obbligò Lui a ricordarsi del suo ruolo di fratello.
Lui alzò un braccio e cominciò a toccarsi il collo. “Potrei avere un caffè?” furono le uniche parole che gli uscirono. Poi si sedette sul divano ed attese. Quando la donna gli portò la tazzina e si sedette accanto a Lui, Andrea cominciò a raccontargli la propria vita. Quegli ultimi 5 anni vissuti fuggendo dalla sofferenza della sorella. Quel dolore e quella pena che avevano le proprie radici tanto in ragioni private quanto in quelle pubbliche.
Poi, finalmente, Lui disse:”Credo che se mi ha dimenticato sia meglio che non mi veda”. “Forse” rispose Teresa fissando il vuoto, e dopo poco aggiunse: “Finché resterai a Roma puoi dormire nella nostra vecchia stanza, io torno a casa la sera.” Si alzò, prese la tazzina del caffè dove Andrea aveva bevuto, la portò in cucina e la mise nel lavello. Prese la borse e quando fu sulla soglia di casa lo informò che sarebbe tornata di lì a poco, che andava solo a comprare qualcosa per il pranzo e di non preoccuparsi: la madre non usciva quasi mai dalla propria camera, se non per bisogni impellenti e che dunque, fintanto che non se lo fosse trovato davanti non si sarebbe accorta della presenza del figlio. Poi uscì sbattendosi la porta alle spalle.
Lui rimase un po’ fermo sul divano a pensare cosa fare. Quindi accese la televisione. In questo modo il pubblico si mescolò con il privato, ma per lui erano entrambi estremamente lontani. Quell’Italia e quella famiglia erano troppo distanti perché Lui potesse riconoscervi la propria patria e la propria culla e perché, dunque, potesse indignarsi ancora una volta o soffrire per un primo, sconosciuto, momento.
Eppure era stato un ragazzo combattivo,prima, ed un giovane determinato, poi. A scuola aveva partecipato attivamente a quella che viene comunemente definita come “politica scolastica”, si era tesserato all’unico partito in cui si riconosceva e vi aveva dedicato molte delle sue energie, sperando e tentando di evitare all’Italia la deriva reazionaria in cui si era poi inabissata. In molti avevano pensato che avrebbe intrapreso la carriera politica, poiché mai aveva mostrato una reale passione per gli studi matematici a cui poi, invece, aveva volto ogni suo interesse. Era stata come una rivelazione, eppure, anche in questo campo non si era dimostrato meno combattivo e determinato. E proprio queste due caratteristiche gli avevano permesso di diventare ordinario all’università di York.
Quando aprì la finestra, guardò fuori. Osservò i passanti. La gente camminava veloce per strada, concentrata sul proprio presente, sul proprio io. Qualcuno ogni tanto guardava l’orologio e allora affrettava ulteriormente il passo. Avevano i volti scuri, alcuni preoccupati, altri stanchi. Un uomo parlava al cellulare con un tono di voce decisamente troppo alto, eppure, nonostante le proteste, non accennava ad abbassarlo.
Un folto gruppo di persone aspettava l’autobus alla fermata proprio sotto la finestra. Alcuni tirarono su il volto e lo videro: il loro sguardo indifferente si posò sulla sua figura ancora giovane per poi ricadere verso il cartellone luminoso che proprio in quel momento permetteva di sperare l’arrivo dell’autobus imminente.
Lui si allontanò dalla finestra e cominciò a percorrere il corridoio che conduceva alla stanza della madre. La porta era socchiusa e lasciava osservare dentro la stanza senza essere visti. Stentò a riconoscere la figura che gli apparve. Il volto, che egli scorgeva tramite il riflesso nello specchio della toletta, era segnato da rughe più profonde di quelle che aveva visto 5 anni prima ed i capelli apparivano più radi e candidi. La madre, che si stava sfilando i bigodini appuntati sulla testa, sorrideva compiaciuta alla propria figura. Aveva indosso un abito elegante, di seta nera, troppo grande ed eccessivamente usurato. Terminato di sistemarsi i capelli, si spruzzò dell’acqua di colonia sui polsi e, faticosamente, appoggiandosi ai suoi arti fragili si alzò dallo sgabello dove sedeva.  Si trascinò sino al letto, sedendosi nuovamente, e sorridendo cominciò a fissare il vuoto. Poi iniziò a parlare.
Lui la ricordava come una donna estremamente forte, che tante volte era stata la vera colonna portante della famiglia, che aveva reso possibile il desiderarsi dei sogni di Andrea. Lei era stata come Lui, e per prima Lei lo aveva sostenuto nella scelta di lasciare l’Italia. Per prima aveva intuito il pericolo che una vittoria di Greni alle elezioni avrebbe rappresentato. Ne avevano parlato non appena questi era divenuto Primo Ministro, e Lei aveva sostenuto la necessità di un’opinione pubblica forte, impegnata e formata, che potesse remare contro un possibile e temuto potere totalitario. Eppure, ora, paradossalmente, nonostante la realizzazione dei suoi timori, Lei era felice. Con le sue ultime forze era riuscita a costruirsi quel mondo parallelo dove aveva trovato rifugio, dove, ancora una volta, nessuno era riuscita a sconfiggerla.
Lui si voltò, chiuse gli occhi per un momento mordendosi il labbro inferiore. Poi, alzò il braccio e si toccò il lato destro del collo: finalmente si mosse. Cominciò a camminare e più percorreva il corridoio per tornare in salotto, più affrettava il passo. Prese il borsone con i vestiti che si era portato, lo mise a tracolla, e, silenziosamente, per non disturbare quella rappresentazione di cui  non era più un attore, uscì di casa chiudendosi la porta alle spalle.
 

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permalink | inviato da Alice Battiston il 5/10/2010 alle 19:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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